La clorazione dell’acqua è uno dei metodi più diffusi per contrastare la proliferazione batterica e ridurre il rischio microbiologico negli impianti. Viene impiegata negli acquedotti, nelle reti idriche degli edifici, nei serbatoi, negli impianti industriali e nei circuiti tecnologici.
Un trattamento efficace, tuttavia, non dipende dalla sola aggiunta di una determinata quantità di cloro. È necessario considerare diversi parametri, tra cui la composizione dell’acqua, il pH, la temperatura, la torbidità, la presenza di materia organica, lo stato delle tubazioni, il tempo di contatto e l’obiettivo microbiologico da raggiungere.
Un dosaggio insufficiente può compromettere l’efficacia della disinfezione, mentre un dosaggio eccessivo può causare odori e sapori sgradevoli, favorire fenomeni di corrosione e aumentare la formazione di sottoprodotti chimici potenzialmente pericolosi per la salute umana.
Perciò, la sicurezza del trattamento dipende dal controllo dell’intero processo, non soltanto dalla quantità di cloro immessa. In questo articolo vedremo come funziona la clorazione, quali sono i principali rischi e come gestire correttamente il dosaggio negli impianti.
Cos’è la clorazione dell’acqua e come funziona il processo
La clorazione è un trattamento di disinfezione basato sull’impiego di sostanze in grado di liberare cloro attivo nell’acqua. Tra le soluzioni più comuni rientrano:
- Ipoclorito di sodio, usato soprattutto negli impianti civili e industriali perché disponibile in forma liquida e facilmente dosabile tramite pompe automatiche. È adatto sia alla disinfezione continua sia ai trattamenti shock.
- Ipoclorito di calcio, che viene utilizzato quando è preferibile un prodotto solido, generalmente in granuli o compresse. È poco usato in ambito industriale, mentre trova applicazione in settori quali piscine, piccoli impianti, nei serbatoi e nei trattamenti in cui occorre preparare la soluzione disinfettante sul posto.
- Cloro gassoso, impiegato principalmente negli acquedotti e nei grandi impianti, dove sono presenti sistemi dedicati di stoccaggio, aspirazione, rilevazione delle perdite e sicurezza operativa.
- Biossido di cloro, che viene scelto per applicazioni specifiche, in particolare per il controllo degli odori e di alcuni microrganismi. Richiede sistemi di generazione in situ e dosaggio accuratamente controllati.
L’efficacia della disinfezione dipende anche dal pH dell’acqua: valori elevati riducono la quota di acido ipocloroso, rendendo il trattamento meno efficace. Anche torbidità e particelle sospese possono ostacolare il contatto con i microrganismi. È inoltre fondamentale garantire un adeguato tempo di contatto del disinfettante, verificando che il cloro resti efficace anche nei punti più lontani da quello di iniezione.
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Perché la clorazione è il metodo di disinfezione più diffuso in Italia
La clorazione è ampiamente usata per diversi motivi: è un rimedio efficace contro numerosi microrganismi, economicamente sostenibile, facile da automatizzare e supportata da apparecchiature di dosaggio e sistemi di controllo. A differenza della disinfezione UV, alternativa al cloro, che agisce solo durante il passaggio dell’acqua nel reattore, la clorazione consente di mantenere un residuo disinfettante nella rete, garantendo protezione anche dopo il punto di dosaggio. Il cloro residuo libero negli impianti rappresenta la quantità di principio attivo ancora disponibile dopo le reazioni con microrganismi, materia organica, ferro, manganese e altri composti ossidabili presenti nell’acqua. La sua misura permette di verificare se il trattamento conserva efficacia lungo la rete, ma non costituisce da sola una prova sufficiente della qualità microbiologica: deve essere integrata con analisi dell’acqua, controlli dell’impianto e verifiche nei punti più critici. Proprio per garantire un equilibrio tra efficacia della disinfezione e sicurezza dell’acqua, il residuo di cloro deve essere monitorato con regolarità e mantenuto entro valori adeguati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenzia che la clorazione per l’acqua potabile può essere controllata con misure frequenti e che, al punto di consegna, la concentrazione residua di cloro libero non sia inferiore a 0,2 mg/L.
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Disinfezione dell’acqua con cloro: i rischi dei dosaggi sbagliati
La clorazione non rappresenta di per sé un rischio: i problemi emergono soprattutto quando il trattamento viene progettato o gestito senza considerare le caratteristiche dell’acqua e dell’impianto. Una quantità insufficiente di cloro può non inattivare adeguatamente i microrganismi, esaurirsi prima di raggiungere i punti terminali e lasciare alcune diramazioni prive di protezione. Al contrario, un dosaggio eccessivo può alterare l’odore e il sapore dell’acqua, aumentare inutilmente il consumo di prodotti chimici e accelerare il deterioramento di guarnizioni, membrane e componenti metallici. Negli impianti idrici e industriali, infatti, una gestione corretta deve tenere sotto controllo contemporaneamente crescita microbiologica, depositi e fenomeni di corrosione.
Un’attenzione particolare è necessaria durante l’iperclorazione, perché l’impiego temporaneo di concentrazioni elevate deve essere definito in base al volume effettivo della rete, al tempo di contatto e alla compatibilità dei materiali. Aumentare semplicemente la quantità di prodotto, inoltre, non risolve sempre il problema: in presenza di biofilm, incrostazioni o zone di ristagno, possono essere necessari anche il lavaggio dell’impianto, la rimozione dei depositi e una bonifica mirata. La scelta del trattamento deve partire dall’analisi delle caratteristiche dell’impianto e della contaminazione, per poi proseguire con verifiche analitiche e controlli microbiologici periodici.
I sottoprodotti della clorazione dell’acqua
Il cloro può inoltre reagire con la materia organica naturalmente presente nell’acqua e generare alcuni sottoprodotti della disinfezione, tra cui:
- i trialometani, o THM, che comprendono cloroformio, bromoformio, dibromoclorometano e bromodiclorometano;
- gli acidi aloacetici, o HAA, una famiglia di composti tra cui la normativa considera in particolare acido monocloroacetico, dicloroacetico, tricloroacetico, monobromoacetico e dibromoacetico.
La normativa (D.Lgs 18/2023 su acque destinate al consumo umano e D.Lgs 102/20) stabilisce un valore di parametro di 30 µg/l per i trialometani totali e di 60 µg/l per cinque acidi aloacetici. Quando viene utilizzato il biossido di cloro, devono essere controllati anche clorito e clorato, per i quali sono previsti valori specifici in base al metodo di disinfezione adottato.2
L’obiettivo non è quindi eliminare la clorazione, ma gestirla in modo equilibrato: ridurre, quando possibile, la materia organica che favorisce la formazione dei sottoprodotti, utilizzare soltanto la dose necessaria e monitorare nel tempo sia la qualità dell’acqua sia le condizioni della rete. Un trattamento calibrato sulle caratteristiche reali dell’impianto permette di garantire la sicurezza microbiologica senza aumentare inutilmente il rischio di corrosione o di formazione di composti indesiderati.
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Il ruolo di Pragma Chimica nella gestione sicura della clorazione
La clorazione dell’acqua rappresenta uno strumento essenziale per garantire la sicurezza microbiologica e il corretto funzionamento degli impianti, ma non può essere gestita come un’operazione standard. Il dosaggio efficace non corrisponde infatti a un valore fisso: deve essere definito sulla base delle caratteristiche dell’acqua, delle condizioni della rete e degli obiettivi di trattamento.
Per prevenire i rischi legati sia al sottodosaggio sia a un impiego eccessivo di prodotto, sono indispensabili monitoraggi costanti, controlli analitici e verifiche microbiologiche periodiche. In questo contesto, il supporto di Pragma Chimica consente di trasformare la clorazione in un sistema integrato di prevenzione e controllo, capace di ottimizzare i consumi, contenere i costi e preservare nel tempo l’efficienza e l’integrità degli impianti.
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NOTE
1 Linee guida dell’OMS sulla qualità dell’acqua potabile
2 Consulta il decreto sulla qualità delle acque destinate al consumo umano Decreto Legislativo 23 febbraio 2023, n. 18 e le modifiche apportate Decreto Legislativo 19 giugno 2025, n. 102.
Q&A
- Cos’è la clorazione dell’acqua?
La clorazione dell’acqua è un processo di disinfezione dell’acqua con cloro che utilizza sostanze come l’ipoclorito di sodio, ipoclorito di calcio, biossido di cloro e cloro gassoso (esclusivamente in contesti industriali controllati) per ridurre la presenza di batteri e altri microrganismi. Viene impiegata negli acquedotti, negli impianti industriali, nei serbatoi e nelle reti idriche degli edifici.
- Come si determina il corretto dosaggio del cloro?
Il dosaggio del cloro dipende dalle caratteristiche dell’acqua e dell’impianto. È necessario valutare il pH dell’acqua nella clorazione, così come la temperatura, la torbidità, la presenza di materia organica, la portata, il tempo di contatto del disinfettante e le condizioni delle tubazioni. Non esiste quindi una quantità di cloro valida per tutti gli impianti.
- Quali sono i rischi della clorazione e di un dosaggio eccessivo?
Un eccessivo dosaggio di cloro nell’acqua degli impianti industriali può provocare odori e sapori sgradevoli, accelerare la corrosione delle tubature e favorire la formazione di sottoprodotti, come i THM ovvero i trialometani. Per questo la concentrazione di cloro deve essere misurata e controllata con regolarità.
- Qual è la differenza tra clorazione continua e clorazione shock?
La clorazione continua permette di mantenere nel tempo un residuo disinfettante controllato nella rete. La clorazione shock negli impianti industriali, chiamata anche iperclorazione, utilizza temporaneamente concentrazioni più elevate, ad esempio dopo una contaminazione, un intervento di manutenzione o la messa in servizio di nuove tubazioni.

